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Note Domenicali n° 6 (25/09) - "Un soffio è la mia voce... anche meno" di Gianluca Macovez

2022-09-26 00:30

Gianluca Macovez

Musicologia generale, Storia della Lirica, Curiosità, opera, lirica,

Note Domenicali n° 6 (25/09) - "Un soffio è la mia voce... anche meno" di Gianluca Macovez

Gianluca Macovez in questa puntata di Note Domenicali ci parla di aspetti legati alle carriere di alcuni grandi cantanti

 

 

 

 

 

Ci sono cantanti che riescono a partire con il botto .

Esordi felicissimi che aprono le porte a carriere gloriose.

Ma non sempre.

Ci sono voci che riescono a spegnersi in un attimo, vittime della sete di gloria, di scelte sconclusionate, di avvoltoi che illudono questi giovani interpreti, che per seguire contratti ed impegni mondani consumano uno strumento prezioso in pochi anni.

Distinguiamo: ci sono artisti che hanno abusato del proprio mezzo, ci sono camminati sopra con la leggerezza di uno schiacciasassi, ma comunque hanno cantato in produzioni importanti, hanno dato il loro contributo alla storia del teatro, sono riusciti a realizzare dei gioielli. Poi non hanno capito che dovevano fermarsi, anche solo per rimettere in sesto la tecnica e lo strumento, ed hanno sotterrato un glorioso passato in cambio di una visibilità imperitura.

E’ di qualche settimana fa la debacle areniana di un Domingo che si proclamava stanco, ma che forse sarebbe stato più onesto definire semplicemente un vecchio signore che non riusciva ad accettare il trascorrere del tempo, che non riusciva a togliersi di dosso i panni del cantante lirico, forse spaventato dall’idea di essere, senza costumi e discografici, trasparente.

Ma questo è un caso differente, più umano che musicale.

Perché superate le ottanta primavere è logico avere brandelli di voce.

Ma ci sono stati talenti bruciati in ben altri tempi, con modalità brutali e cinismo spietato, offrendo visibilità e contratti in cambio di una vocalità irrimediabilmente compromessa.

Vengono alla mente, fra gli altri, Josè Cura e Katia Ricciarelli, che peraltro ha pensato di elargire saggi consigli all’amico Placido, attirandosi commenti feroci da parte degli appassionati.

Il soprano, che ascoltai fresca di vittoria al Concorso dedicato alle Voci verdiane e che negli anni, con tenacia agghiacciante, ha spuntato sempre di più la sua bellissima voce, aggiungendo titoli su titoli, prove su prove, imbarbarendo uno strumento prezioso e riuscendo a portare in giro per il mondo il fantasma caricaturale di una grande cantante che sembra aver perso il contatto con la realtà.

Il tenore, ascoltato agli esordi in una fascinosa ‘La Signorina Julie’ di Bibalo a Trieste, conscio del suo fascino vocale e fisico,ha incontrato un successo internazionale rapido, che lo ha portato sui maggiori palcoscenici.

Da subito erano emersi dei difetti tecnici, ma la bellezza del suono, le capacità sceniche, la freschezza, gli acuti suggestivi, parevano sopperire alle mancanze.

Almeno così deve avere pensato, ovviamente sbagliando, questo interprete che ha lacerato la voce in poco più di dieci anni di carriera.

Se la Ricciarelli oggi è irriconoscibile, Cura se possibile ha fatto peggio: ha una voce come una rete, disseminata di buchi, che rendono ancora più amara la sensazione di quanto è stato gettato alle ortiche, anche se negli anni si è fatto estremamente abile a mettere in evidenza quanto di buono ancora resta di uno strumento che sarebbe potuto essere prezioso.

Ma comunque parliamo di artisti che un posto nella storia dell’opera se lo sono ritagliato.

Esitono, invece, interpreti che non riescono a volare: delicate farfalle che bruciano le ali coloratissime ed appariscenti a colpi di flash.

Penso a Fiamma Izzo d’Amico, che dopo un esordio da fenomeno sotto la guida di Karajan, a metà degli anni Ottanta, riuscì a concentrare un’intera carriera in dieci anni scarsi.

La vidi nel 1993 a Trieste.

L’opera era ‘Haensel e Gretel’ e lei non era neanche la protagonista.

Il tempo di Violetta e di Elisabetta era dimenticato.

Graffiò il pentagramma, intontendo i suoni e raccontando soprattutto la sua fatica ad unire le note.

Una voce evaporata, sacrificata al desiderio, sfrenato e dichiarato in più interviste, di bruciare le tappe.

Destino purtroppo comune ad altre mancate primedonne.

A Muti sono legate due interpreti accomunate dal veloce declino vocale: Tiziana Fabbricini e Victoria Loukianetz.

La Fabbricini ebbe su di sé gli occhi del mondo quando cantò ‘La Traviata’ alla Scala.

Erano anni che il teatro milanese non osava mettere in cartellone il titolo verdiano, sotto scacco dai vedovi della Callas che vivevano come oltraggio ogni tentativo di raccontare la storia della Valery.

Muti, allora amatissimo, riuscì a riportare l’opera sul palcoscenico grazie alla scelta di una compagnia di giovani, capeggiati dala Fabbricini, che si alternava con una più interessante Lucia Mazzaria.

Sta di fatto che il soprano raccolse un successo oceanico, che per qualche stagione riuscì a sostenere.

Forse non con prove altrettanto memorabili, ma con la fama acquisita con quello spettacolo trasmesso dalle televisioni di tutto il mondo, del quale, francamente, apprezzai soprattutto la recitazione.

Una carriera altalenante, con grossi periodi di assenza dalle scene.

Nel 2011 fu protagonista de ‘La Medium’ a Trieste.

Confesso che ero molto curioso di ascoltarla ed anche ben disposto, perché pensavo a lei come ad una vittima del sistema.

In realtà in scena vedemmo una gradevole signora, con una parruccona e dei tacchi altissimi, che mimava la parte, accompagnando i gesti con dei suoni che definire canto sarebbe una eccessiva benevolenza.

Scivolò via tristemente, impedendo anche allo spettacolo di decollare ed ufficializzando che i versi ‘E’ tardi’ per lei erano proprio arrivati.

Il più delle volte, negli anni del suo regno scaligero, non ho capito le scelte fatte da Muti nell’ambito delle voci.

Allontanare di fatto Cappuccilli dal teatro del Piermarini, preferendogli Zancanaro, che ho ascoltato diverse volte dal vivo e che penso sia un bravo baritono ma non di più; protestare Lella Cuberli al Guglielmo Tell per sostituirla con la Studer; la collaborazione con Tatjana Serjan, che a me sembra sopravalutata, sono solo alcuni degli episodi che ho sempre ritenuto incomprensibili.

Quando si trattò di mettere in scena ‘Il Flauto magico’, tenne con fiato sospeso la stampa su chi avrebbe cantato il ruolo della Regina della Notte.

Alla fine scelse Victoria Loukianetz, che effettivamente infilò con abilità le note della parte e raccolse il suo personale trionfo.

Di lei non sentii parlare per un po’ di tempo, nonostante il suo nome comparisse nei cartelloni dei principali teatri internazionali.

Cantò a Trieste in ‘Ginevra di Scozia’, titolo con il quale, nel 2001, si voleva celebrare l’apertura del teatro Verdi , allora Teatro Grande, avvenuta il 21 aprile di due secoli prima.

Per questo spettacolo si convocarono grandi nomi, fra cui Daniela Barcellona ed Antonino Siragusa, le scene era di Lauro Crisman che si ispirò a Pizzi con ingordigia, ma il risultato, per quel che mi riguarda, fu terribile.

Un’operazione archeologica, vecchia prima di partire, avulsa dal contesto, faticosa da seguire e, vista la performance del soprano ucraino, ancor più da ascoltare.

Alla fine del primo atto, uno sguardo complice fra me e mio figlio decretò una sontuosa fuga in pasticceria.

Il bignè per consolarci delle note stracciate .

Ma il più rapido dei declini è quello di Julia Novikova.

Un nome che non dice quasi nulla, adesso, ma che nel 2010 era stata protagonista di una operazione culturale commerciale di grande rilevanza: ‘Rigoletto’ nei luoghi di Rigoletto, accanto a Placido Domingo, che cantava da baritono, Vittorio Grigolo e Ruggero Raimondi. In una sera, tutto il mondo la conosceva.

In televisione, giovane, bella, bionda, amplificata, risultava bravissima. (vedi video da youtube di "Caro nome" del 2014 da San Pietroburgo https://www.youtube.com/watch?v=4fTdV87ND4s)

Due anni dopo a Trieste fu messa sotto contratto per lo stesso titolo.

Faceva parte della prima compagnia, diretta da Rovis, che allineava due futuri leoni del palcoscenico come Luca Salsi e Francesco Meli, cantanti di valore, ma certo non dotati di volumi di voce oceanici.

La Novikova entrò in scena, magnificamente in parte nelle movenze, curate dal regista Michele Mirabella.

Biondissima e graziosa squittii le sue note, piccole piccole, con grazia e prive di volume.

Impossibile dire qualcosa sulla sua prova, perché per formulare un giudizio sarebbe stato necessario un vero ascolto, non il sentore che qualcuno da qualche parte cantava.

Ascoltai anche la seconda compagnia, che contava su Cecconi, Kallogjeri e Paola Cigna.

Quest’ultima è una cantante preparata, precisa, che già avevo applaudito in una ‘Lucia di Lammermoor’ affiancata da Borras.

Confrontata alla collega russa, sembrava di ascoltare la Dimitrova: note sicurissime, volume importante, cadenze, filati.

Metterla nella seconda compagnia poteva apparire un vero oltraggio e probabilmente su una scelta legata a contratti discografici ed agenti potenti.

Molto più potenti della voce della povera cantante russa, di cui si sono perse le tracce. Anche sonore.

 

di Gianluca Macovez

 

 

Foto e documenti

José Cura

Argentino di origini italiane, Josè Cura ha cominciato la carriera musicale come giovanissimo direttore di coro, a soli quindici anni.

Ha studiato composizione, pianoforte, canto.

Giunto in Italia agli inizi degli anni Novanta, esordisce nel 1992 a Verona nel Pollicino di Henze.

L’anno dopo è a Trieste, dove lo ricordo intenso interprete di un lavoro di grande presa drammatica: la signorina Julie, di Bibalo.

Uno spettacolo duro, con la sapiente regia di Franco Giraldi e tre soli interpreti: accanto al tenore la brava Cosetta Tosetti e, protagonista, una magnifica Jodranka Iovanovic, che riusciva con la sua presenza magnetica ad inchiodare lo spettatore.

Cura fu bravo vocalmente e credibile scenicamente. Aveva una voce decisamente bella, grande potenza, , acuti solidi ed un fisico che ostentava con sapiente misura.

Riuscì a bruciare le tappe e due anni dopo era già protagonista al Royal Opera House.

Fedora, Tosca. Sansone e Dalila, Pagliacci, sono alcuni dei titoli che interpreta negli anni a cavallo fra l’ultimo decennio del millennio ed il primo di quello successivo.

Sono tempi di grandi acclamazioni, ma anche delle prime sonore stroncature legate all’impostazione.

Cura va avanti con tenacia ed ostinazione, al punto che Otello diviene un suo cavallo di battaglia, forte di una voce ancora bella, di un atteggiamento scenico carismatico, ma anche appannato da una serie di problemi tecnici che con il passare degli anni si fanno sempre più evidenti.

All’attività di cantante affianca quella di direttore d’orchestra, poi di regista.

Alla fine quel successo che aveva raggiunto grazie ad un dono della natura è evaporato rapidamente, lasciando il ricordo di un affascinante interprete, vittima del suo personaggio e la sensazione di aver assistito ad una di quelle magiche nevicate fuori stagione, che sembrano cambiare il mondo, ma durano il tempo dei primi raggi di sole. G.M.

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Tiziana Fabbricini

La signora Fabbricini ha avuto una carriera breve, con momenti alterni e parte della critica del tempo decisamente prevenuta nei suoi confronti.

Ricordo le recensioni di ‘ La Muta di Portici’, peraltro diretta da Muti, infarcite di cinismo.

Quasi che il soprano dovesse pagare il grosso merito di avere osato collaborare al ritorno di ‘La Traviata’ alla Scala.

Era il 1990 ed il titolo era off limits dai tempi della Callas.

In realtà un tentativo era stato fatto nel 1964, protagonista una Mirella Freni giovane e brava, peraltro anche amata dal pubblico milanese.

Vuoi l’emozione, vuoi un attimo di fatica e qualche nota non esce come avrebbe dovuto: il teatro esplode in contestazioni barbariche, peraltro annunciate ben prima dell’apertura del sipario.

Di fatto i vedovi della Callas avevano deciso che Violetta era morta al momento del ritiro del soprano greco e così fu fino a quando Riccardo Muti decise di riproporre il titolo.

Attesa enorme, ricordo che cercai di prenotare i biglietti ma fu impossibile perché avevano escogitato un sistema con sorteggi ed amenità varie che avrebbe demoralizzato chiunque.

Per fortuna ci fu la ripresa televisiva, ma indubbiamente immagino che anche questa incombenza abbia reso palpabile la tensione in palcoscenico.

Spettacolo firmato dalla Cavani per la regia, con le scene di Dante Ferretti ed i costumi di Gabriella Pescucci, , divenne un allestimento di riferimento per la Scala : ripreso in ben undici stagioni, dal 1990 al 2019. Un vero record.

Se la signora Fabbricini non avesse donato il suo canto ed il suo sangue freddo a Violetta quella sera, probabilmente la storia del titolo verdiano a Milano avrebbe avuto un altro corso.

Certo è, però, che quel ruolo che le donò tanto successo, finì per imprigionarla: oltre cento cinquanta volte Violetta, non troviamo nel suo repertorio un secondo titolo che abbia confermato il successo.

Guardando i titoli interpretati, resto personalmente stupito e mi viene da pensare che ci sia stato effettivamente un tentativo strenue e coraggioso di uscire dal ruolo della Valery, ma senza riuscire ad individuare il giusto percorso: ‘ La Traviata’, ‘Macbeth’, ‘Attila’, accanto a ‘Lucia di Lammermmor’, ‘Anna Bolena’, ‘Maria Stuarda’; ‘ La Serva Padrona’ affiancata ad ‘Andrea Chenier’; ‘Cavalleria Rusticana’ e ‘ Don Giovanni’; ‘Tosca’ e ‘Manon Lescaut’ vicino a ‘Il Turco in Italia’.

Un vagare,alla ricerca di un titolo adatto, alcune scelte azzardate, uno sforzo vocale cospicuo, di fatto la sua voce si è consumata presto e la signora, lasciate le scene si è data all’insegnamento. Sicuramente il suo sacrificio è servito, però, a liberare Violetta dai fantasmi che, alla Scala, la tenevano reclusa di un insuperabile confronto. G. M.

 

"E' forse lui... E' strano" dalla celebre Traviata del 1990, diretta da Riccardo Muti

 

‘Sola, perduta, abbandonata’ dalla ‘Manon Lescaut, cantata a Vienna nel 1994, diretta da Antonio Pappano

 

Nel 1999 all’Opera di Ginevra la Fabbricini interpreta ‘Macbeth’. Allestimento trasgressivo, con un trucco che trasforma la Lady in una signora degli Cinquanta che assomiglia pericolosamente ad una Callas in borghese. Ecco ‘ Nel dì della vittoria’

 

La Medium va in scena nel 2009. Questa è il momento della la seduta e l'apparizione.

L'allestimento è del Teatro A. Ponchielli di Cremona in coproduzione con il Circuito Lirico Lombardo. Scene e costumi di Lorenzo Cutùli, regia di Andrea Cigni, direzione musicale di Matteo Beltrami. Madame Flora (Baba): Tiziana Fabbricini Monica: Marta Vandoni Iorio Toby: Nicola Russo Mrs. Gobineau: Ornella Vecchiarelli Mr. Gobineau: Andrea Porta Mrs. Nolan: Nadija Petrenko

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