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Note di fine estate n°2 - Attorno ad Hanna Glavari - di Gianluca Macovez

2025-09-09 20:32

Gianluca Macovez

Musicologia generale, Storia della Lirica, Curiosità, opera, lirica,

Note di fine estate n°2 - Attorno ad Hanna Glavari - di Gianluca Macovez

La vedova allegra secondo il racconto di Gianluca Macovez

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Ruolo complesso quello della Vedova Allegra.

Intanto perché vocalmente la parte prevede una tecnica solida, una voce di grande bellezza e di notevole estensione.

Ruolo vicino alle grandi eroine dell’opera, più che alle spumeggianti primedonne dell’operetta.

Contemporaneamente Hanna richiede una capacità di interpretazione sapiente, attenta alla chiave della melanconia e del senso della patria, il tutto proiettato in un ambiente frivolo ed appariscente.

Al di là dei can-can e dei ritmi musicali serrati, siamo davanti al racconto amaro di una fine Ottocento ricca di problemi ed un nuovo secolo che vedrà concretizzarsi l’esplosione della crisi nella Prima Guerra Mondiale.

In fin dei conti il protagonista del lavoro è il denaro, il debito pubblico, la paura della crisi, il rischio del conflitto.

Hanna rappresenta la solidità dei valori in un mondo appariscente e troppo superficiale, incline alla menzogna ed al tradimento.

 

Valencienne, rappresenta la voglia, o forse drammaticamente il bisogno, di fuga dalla realtà di un mondo che ha coscienza dei rischi che porteranno al conflitto, ma ha scelto che non li vuole affrontare.

I suoi giochi, lo sgambettamento appariscente, le arie fintamente d’evasione, con cui Lehar affronta invece i temi dell’onestà, dell’intimità, dell’identità, sono molto più vicini alle tematiche pittoriche espressioniste, alla denuncia drammatica di Toulouse Lautrec, che mette alla berlina l’ipocrisia , che a certo decoro art nouveau cui erroneamente il lavoro viene associato.

O meglio, ‘ La Vedova Allegra’ dello stile della Secessione ha l’eleganza, la raffinatezza, l’intento educativo, ma non l’ossessione per l’apparenza e la forma.

 

Piuttosto potremmo dire che denuncia il rischio di rispondere alla drammatica urgenza di una crisi con delle risposte formali, corrette ma inconsistenti.

Soprattutto che il tempo della crisi va superato con la verità, che in questo lavoro sostanzialmente viene sfuggita da tutti, eccezion fatta per Hanna.

Tradiscono in massa le signore, ricambiate dai consorti.


Tradisce di fatto anche Danilo.

Poco conta che alla fine scopra che l’amore di un tempo si è riacceso. Di fatto ha accettato di corteggiare la giovane vedova per incamerare il patrimonio, ma soprattutto già l’aveva abbondonata in passato, solo perché la fanciulla era di umili origini. 

Uomo plagiato e di poca consistenza, schiacciato da famiglia, convenzioni, convenienza ed opportunità.

Certo va in crisi, canta arie bellissime, ma alla fine si riduce a giocare il ruolo di una pedina, aitante e belloccia, in un gioco molto più grande di lui.

 

Tradisce Valencienne.

Non importa che forse alla fine non si è concessa a Rossilon, ma sicuramente ha giocato a mettere alla berlina il marito, lo ha usato e strapazzato pubblicamente, quasi ad umiliare un consorte ingombrante, forse più devoto alla carica che alla sposa, sicuramente, alla chiusura del sipario, icona di uomo messo in un posto di potere perchè privo di autorevolezza e quindi funzionale al mantenimento del sistema.

 

Tradisce Rossilon, che passa da Valencienne ad Hanna in un istante, palese abiura dei sentimenti, al tempo stesso macho impenitente ed uomo oggetto.

Hanna alla fine resta sola propugnatrice di valori trasparenti in un mondo di sotterfugi.

Quando quella crisi che porterà allo scoppio della Prima Guerra Mondiale si abbatterà sull’Europa, ci si renderà conto, ormai troppo tardi, che l’unico modo per evitare quell’epilogo sarebbe stato ancorarsi agli ideali della Glavari : affidabilità, onestà, amor patrio.

Ma Hanna era sola ed ha stupito quel mondo calcolatore quando ha rinunciato ad agiatezza e ricchezza per rispettare la volontà di un marito che l’aveva amata. 

Quando ha saputo fare un passo indietro in nome della coerenza e della volontà di essere libera, non schedabile e mai omologabile. 

Quando si è resa drammaticamente conto che per essere libera doveva essere pronta ad essere sola.

 

Quella solitudine interiore è quella che anima ‘Vilja’, visione di un mondo al crepuscolo, struggente invito a guardarsi dentro, che pochi, troppo pochi accolgono.

Pagina di difficoltà infame, perché richiede una solidità vocale che potrebbe trovare risposta in una giovane interprete, una interiorizzazione da donna matura, una capacità di non cadere nella trappola dell’effetto sonoro che esalta il pubblico ma non consente al personaggio di prendere vita.

Non è un caso che spesso questa pagina risulti quasi un inciso nella narrazione drammaturgica dello spettacolo ed in alcuni, rari casi, questo possa non essere un difetto.

Ma qui entrano in gioco interpreti e registi.

 

Ho visto diverse volte questo lavoro di Lehar e sostanzialmente penso che il regista che meglio ne ha colto il senso sia stato Gino Landi.

Uomo di teatro e di televisione, grande comunicatore, ma soprattutto raffinato cultore dell’operetta, riuscì a costruire spettacoli eleganti, senza cali di tensioni, con un racconto coinvolgente , mai banale. 

Una critica alle volte frettolosa e spesso ingrata non sempre valorizzò appieno i suoi lavori, cadendo nell’equazione sbagliata che se uno spettacolo non ha degli intoppi o delle incongruenze, vuol dire che il regista non è abbastanza intellettuale.

Nei suoi allestimenti ogni cosa era al suo posto, tutto scorreva in una maniera che sembrava naturale ed immediata.

Ovviamente non era così, ma per capire quanto Landi fosse stato attento e sofisticato, fu determinante rivedere lo stesso titolo diretto da altri , che peraltro erano titolati, premiati e sostenuto da critica e stampa.

Ci volle nulla perché il gioco degli incastri mostrasse tutta la sua debolezza, il ritmo vacillasse ed il racconto diventasse stucchevole, addirittura noioso.

Landi è un po' Glavari, perché ha una coerenza ed una identità che vanno al di là del momento e delle mode. 

Sa fare teatro e non è caduto nella trappola del consenso a tutti i costi, bravo e libero, coerente e coraggioso.

Poi ci sono le voci, e qui il discorso si fa oltremodo complesso.

 

Per quel che mi riguarda, Valencienne sarà sempre Daniela Mazzuccato. 

Credibile in una parte assolutamente incredibile. 

Autentica quando balla, emozionante nel canto, misurata nel gesto, nonostante il personaggio sia per antonomasia sopra le righe. Quello che potrebbe essere una caricatura di una ragazza civettuola, riesce a diventare un ruolo da primadonna, narrazione intensa di una persona che ha capito la drammaticità del momento e cerca di scappare dalla tragedia attraverso l’evocazione dei bei momenti. 

Il can-can diverte, ma basta un’espressione, il sorriso triste, lo sguardo assente e capiamo quanto la sua Valencienne sia una donna vera, che si tiene ancorata agli ultimi scampoli di un secolo che trascina con sé speranze di divertimento e tranquillità.

Nessun’ altra che ho ascoltato è riuscita a plasmare il ruolo con tanta autenticità e soprattutto ha lasciato qualche segno.

 

Armando Ariostini ha interpretato in modo credibile diversi ruoli di questo lavoro ma sicuramente è un magnifico Danilo. 

M usicalmente ineccepibile, dotato di una estensione che gli consente di affrontare ruoli addirittura tenorili ma anche di mettere in evidenza suoni bruniti di grande suggestione, dipana senza difficoltà apparente una parte complessa, nella quale ho visto scivolare, alle volte sarebbe più giusto dire precipitare, cantanti molto più giovani e sulla carta adatti al ruolo.

Anche qui, però, il punto di forza non è la grande qualità della voce, ma la capacità dell’artista di rendere vivo il personaggio, trasformando un potenziale baccalà in un uomo autentico.

Aiutato certamente dalla figura, sempre dritto come un soldato, elegante come un collegiale, raffinato ed attento come chi si sente sempre sotto la lente di ingrandimento, riesce a tratteggiare la fisionomia di un uomo affascinante ma al tempo stesso bloccato, rigido fuori, ma anche dentro, prigioniero delle convenzioni, cui ha sacrificato la felicità.

Non ha saputo andare oltre luoghi comuni e stereotipi ed ha ceduto alle pressioni familiari lasciando la giovane Hanna.

La vita gliela rimette davanti, ma il dilemma adesso è se la corteggia perché ha capito di amarla o se lo fa per senso del dovere, quasi echeggiando figure sveviane.

La risposta alla domanda la offrirà la Glavari, che sceglierà di essere di nuovo povera, urlando al mondo che una donna conta in quanto persona, non perché è stata la sposa di un uomo famoso.

Danilo diviene con Ariostini raffinata metafora storica: il mondo ha rinunciato alla libertà individuale, i singoli vengono calpestati in nome dei doveri e degli interessi nazionali ed alla fine, sono più gli schiavi che gli uomini liberi.

Infine Hanna.

 

Qui la questione è oltremodo articolata.

Il ruolo è difficilissimo.

Scenicamente molto più di Violetta, tanto per fare un esempio.

Perché una prima distinzione importante è fra chi canta e chi sa interpretare.

Della cantanti pure, secondo me, dopo che si è finito di applaudire non resta nulla.

Si ricorda un’aria struggente e poco più.

Chi invece ha interiorizzato la parte regale una donna autentica, nella quale il soprano riesce a narrare una parte di sé o quantomeno offre a ciascuno di noi la possibilità di specchiarsi.

Ricordo quattro artiste che seppero trasformarsi nella Glavari in modo credibile.

 

Fiorenza Cedolins era una donna giovane e vincente. 

 Determinata , al massimo della ricchezza vocale, ostentava note e prorompente fisicità. 

Accanto a lei Grigolo e Dvorsky, entrambi aitanti fisicamente ed inclini all’ostentazione vocale; una Mazzuccato ineccepibile, un eternamente inarrivabile Elio Pandolfi, che sapeva riportare la vicenda ai giusti toni, evitando di prendere troppo sul serio il più vero dei racconti di Lehar.

Quando Cedolins entra in scena capiamo immediatamente che abbiamo davanti a noi una donna determinata, che ha pianificato le sue mosse, che vuole vendicarsi del mondo che l’ha respinta ma che al tempo stesso vuole la sua approvazione. Nulla in lei è scontato o banale. Ogni parola assume un peso, che va al di là della trama, diventa strumento per gridare al mondo il valore delle donne, il diritto a decidere per la propria vita.

La vicenda si chiude un attimo prima del baratro della Guerra, ma Hanna ha già vinto la sua battaglia personale.

 

L uciana Serra è sempre stata un prodigio per tecnica, bellezza di voce, risorse sceniche.La sua Hanna profuma di art decò. 

All’entrata in scena, in ascensore, pare una diva dei telefoni bianchi e non a caso certe sue espressioni sembrano citare Andreina Pagnani, grande interprete, troppo poco ricordata, del teatro italiano.

Una Hanna struggente, velata di malinconia.

Sa bene che forse potrà ritrovare l’amore di un tempo, ma non il tempo perso.

Non ha vendette da compiere, ma una vita da vivere da protagonista.

Gioca di ironia, sembra scherzarsi addosso, quasi una sorta di affascinante gianburrasca, che però sa anche essere una donna innamorata .

Per lei ritrovare Danilo non è riacciuffare un amore ingrato, ma fare pace con sé stessa e la sua autostima calpestata.

  

La Kabaiwanska è Hanna. 

Nel suo caso anche l’accento straniero diviene pregio, la aiuta ad essere qualcosa di diverso dal mondo che la circonda. 

Elegante in un mondo sfarzoso, severa fra dissoluti, determinata e solida, non viene mai a compromessi con nessuno.

La più autentica delle Vedove, nel senso che è una donna risolta, senza nessuno scheletro nell’armadio, che si lascia andare alle ritrovate pulsioni giovanili, ma che, anche sulla base del suo vissuto, non discute e non si fa mettere in discussione.

Procede sicura, padrona della parte, a colpi di note filate e tenute per tempi lunghissimi, fiera e certa della propria bellezza.

Una donna che proclama la propria grandezza mandando a quel paese ricchezze e titoli.

Ingemmata dai dolori di una vita difficile, cammina in coppia, ma in realtà assolutamente da sola.

Chiudo con la versione che di questo ruolo ha dato Valeria Esposito.

Ammiro moltissimo questo soprano e secondo me la lezione offerta, ormai nella parte conclusiva della carriera, fu indimenticabile.

Lo spettacolo non mi piacque per nulla.

 Sulla carta il cast doveva essere solido e rodato, anche perché il titolo venne messo in scena all’ultimo momento in sostituzione di un altro originariamente previsto e quindi il teatro puntò ad un allestimento recentemente eseguito, con cantanti che conoscevano la parte.

Secondo me qualcosa non andò per il verso giusto e nonostante i bei costumi e le scene appariscenti, l’insieme non decollò.

Non c’erano ritmo e coordinamento, mancava pathos e la platea non venne quasi mai realmente coinvolta nella vicenda.

La Esposito mi disse in camerino che forse la parte non le calzava più a pennello, ma sicuramente una signora del suo calibro non avrebbe mai esplicitato critiche ai colleghi.

Di fatto il momento della grande aria del primo atto è stata una lezione di teatro.

Non solo di canto. Perché al di là delle note che il soprano centrò perfettamente e di un volume che, se nel corso della serata alle volte sembrò vacillare, in quel frangente era solido e compatto, quello che mi emozionò fu il racconto struggente di un mondo che si avviava al tramonto.

Esposito seppe centrare sfumature poetiche di rara efficacia.

Colse, forse inconsciamente, i limiti dello spettacolo e sembrava regalare al teatro il profumo di come la serata avrebbe dovuto essere.

In quel momento, che era solo suo, riuscì ad accarezzare il pubblico con una magica evocazione.

Certo la sua era una Hanna di inizio secolo, che sapeva benissimo che su quel mondo si sarebbe abbattuta la crisi.

Anzi, la vedeva, specchiata nei colleghi preoccupati di altro invece che della riuscita della serata, in quelli che rincorrevano l’acuto, a costo di essere sguaiati e sicuramente inespressivi, a quelli che dimenticavano le battute.

Cercava di andare avanti, raccontandosi che forse si sarebbe accontentata di Danilo, che avrebbe cercato di ubriacare il suo presente per non ricordare la passione del tempo passato, che avrebbe provato ad autoconvincersi , in realtà senza crederci che i suoi erano solo pensieri pessimistici.

Era una Hanna Glavari commovente, che guardava, onesta e disincantata, il suo mondo sul viale del tramonto. 

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