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Non mi sono mai sentito tanto coinvolto in uno spettacolo come questa volta.
Certamente Leoncavallo e Mascagni hanno influito per la loro parte, ma il responsabile autentico è uno solo, Robert Carsen.
Una messa in scena al calor bianco dove tutti sono protagonisti, persino il pubblico. Lo sfondamento della quarta parete a tanto ha portato, nessuno più è stato semplice spettatore, ma ognuno è entrato direttamente nello spettacolo. Un vortice di sensazioni e di suoni. E non è possibile distinguere in tale vortice chi più di altri abbia merito. Tutti lo hanno, dallo straordinario coro del Maggio coinvolto in ogni suo componente nell'azione, al cast canoro, molto funzionale.
E ciò non sembri riduttivo nei confronti di questo o di quello. Brian Jagde, Canio, si è speso con generosità ed efficacia risultando molto convincente anche come attore; Corinne Winters, Nedda, ha fatto perdonare qualche emissione non proprio levigata con una presenza scenica che difficilmente ritroveremo tanto iconica; eccellente Roman Burdenko, Tonio, buono nel prologo e notevolissimo nel seguito; corretto Hae Kang, Silvio, e ottimo Lorenzo Martelli, Peppe. Riccardo Frizza ha diretto con stile e, fedele alla matrice belcantistica alla quale è legato, ha tenuto conto delle tradizioni esecutive che nell'opera di Leoncavallo, sul versante vocale, non sono tanto poche. Il trait-d'union fra Pagliacci e Cavalleria è raffigurato dai medesimi Canio e Nedda che all'inizio dell'opera di Mascagni conversano amabilmente e sorridenti escono di scena. Di pareti da sfondare, invece, in Cavalleria rusticana, non ce n'era nemmeno una. L'opera si allestisce direttamente al Teatro del Maggio, forse durante una prova. Metateatro puro. Gli aficionados della chiesetta di paese dalla quale esce il crocefisso per la processione pasquale e del pergolato di mamma Lucia ripassino un'altra volta. Il naturalismo è tutto nelle luci mattutine e nello stormire delle foglie che si trova nella musica di Mascagni. Qui persino Lorenzo Fratini, il fantastico direttore del coro del Maggio, diventa un attore e pirandellianamente interpreta sé stesso.
Grande stile anche stavolta da parte di Carsen, ma la carica che era riuscito a trovare in Pagliacci qui non c'è. Anzi, qua e là, abbiamo osservato pure qualche stasi registica. Frizza continua la sua elegante lettura e nel cast Luciano Ganci è un passo se non due avanti a tutti, plasmando un Turiddu scattoso, chiaro e squillante, stilisticamente in linea con i dettami di Pietro Mascagni che non amava le voci scure. Burdenko è stato molto efficace anche come Alfio; Martina Belli, assai partecipe, ha denunciato qualche difficoltà nella ibrida tessitura di Santuzza; Janetka Hosco, Lola, e Manuela Custer hanno fatto ricorso alla freschezza l'una e all'esperienza l'altra. Coro ai consueti stratosferici livelli cui ci ha assuefatto. Molto bene anche le voci bianche istruite da Sara Matteucci. Scene Radu Boruzescu; costumi Annemarie Woods; luci Robert Carsen e Peter van Praet; coreografia Marco Berriel; dramaturg, che qui, mi si passi il termine calcistico, è mezza squadra, Ian Burton.
Produzione memorabile, teatro straesaurito, applausi a scroscio.
Di più non so.
di Fulvio Venturi







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