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Theodora di Handel al Royal Opera House di Londra - di Kevin De Sabbata

2022-02-27 19:40

Kevin De Sabbata

News, Musicologia generale, Curiosità, opera, lirica, recensione,

Theodora di Handel al Royal Opera House di Londra - di Kevin De Sabbata

La recensione del nostro nuovo corrispondente Kevin De Sabbata dal Royal Opera House di Londra. Buona lettura

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

THEODORA

oratorio drammatico in tre atti di George Frideric Handel

su libretto di Thomas Morell

Il libretto deriva da The Martyrdom of Theodora and of Didymus di Robert Boyle e da Théodore vierge et martyre di Pierre Corneille

 

Direttore: Harry Bicket

Regista: Katie Mitchell

 

Personaggi e interpreti:

Theodora Julia Bullock

Irene Joyce DiDonato

Didymus Jakub Józef Orliński

Septimius Ed Lyon

Valens Gyula Orendt

Marcus Thando Mjandana

 

Scene Chloe Lamford

Luci James Farncombe Costumi Sussie Juhlin-Vallén

Direttore dei movimenti Sarita Piotowski

Maestro del Coro William Spaulding

 

Per questa attesa riedizione in forma scenica della Theodora handeliana, che mancava dal Covent Garden dal 1755, la Royal Opera House propone una produzione tanto splendida dal punto di vista musicale che discutibile da quello visivo e registico.

Theodora è forse uno dei titoli che maggiormente si presta a rivisitazioni in chiave contemporanea. La trama ruota attorno alla vicenda dell’eroina cristiana eponima dei tempi di Diocleziano, pronta a morire pur di non adorare le dee pagane Venere e Flora e preservare la sua verginità (la pena per il suo rifiuto è la prostituzione forzata), e al tentativo dell’innamorato Didymus (soldato romano sulla via della conversione cristiana) di salvarla facendola fuggire e sostituendosi a lei; il tentativo alla fine non riesce perché l’eroina, presa dal rimorso e fedele alla propria morale cristiana torna indietro per farsi giustiziare insieme al proprio salvatore. Così, il libretto del Reverendo Morel precorre molti dei temi al centro del dibattito odierno quali la parità di genere, l’emancipazione femminile, il femminicidio, l’oppressione delle minoranze o la libertà di coscienza (religiosa). Del resto, l’intento dichiarato del romanzo The Martyrdom of Theodora and of Didymus (1687) del grande chimico Robert Boyle, da cui è tratto il libretto, era proprio di mostrare come le donne possano essere eroine coraggiose, forti, capaci e costanti alla pari degli uomini. Inoltre, il testo si presta a varie interpretazioni (si veda a tal proposito il saggio di Ruth Smith Comprehending Theodora pubblicato su Eighteenth Century Music nel 2005), lasciando ampi spazi anche a rielaborazioni eterodosse senza per forza dover tradire la visione dell’autore.

Per questo, l’aspetto problematico della rilettura in chiave contemporanea, postmoderna e femminista proposta dalla regista Katie Mitchell, non è né la trasposizione in tempi e luoghi diversi da quelli originali, né il suo discostarsi dalla trama (nel finale Theodora e Didymus sottraggono le armi ai carcerieri ed uccidono i persecutori pagani invece che venirne uccisi). Piuttosto, il problema è che la trasposizione e rielaborazione cozza frontalmente con la cifra espressiva dell’oratorio e con l’atmosfera e il messaggio trasmessi dalla musica. Con tutto il materiale a cui aggrapparsi per promuovere il proprio ideale progressista, Mitchell sembra insistere proprio sugli elementi che azzoppano, invece di esaltarlo, il discorso drammatico suo e del lavoro di Handel.

Le scene, a cura di Chloe Lamford, con cui sono coerenti i costumi di Sussie Juhlin-Vallén e le luci di James Farncombe, ambientano il fervore e la passione mistica delle assemblee cristiane in una asettica cucina con le luci al neon e i piani d’acciaio, la crudezza del carcere-pubblico lupanare vengono trasferiti in mezzo ai velluti rossi di un bordello di lusso, i raduni dei romani avvengono in moderni party con tanto di spogliarelliste che saltano fuori da torte di polistirolo (come se il mondo contemporaneo non fosse altro che plastica e paccottiglia). Il coro è generalmente e banalmente schierato come se l’esecuzione fosse in forma di concerto; statico, non interagisce in maniera incisiva e non ha una vera gestualità. Tutto ciò priva l’oratorio, costruito sul modello del dramma sentimentale del XVIII secolo, del suo ingrediente principale: il pathos, l’immergersi nel conflitto interiore e nei dilemmi morali che muovono tutti i personaggi, il languire e soffrire (sia esso per amore o per Dio) trasmesso in maniera così efficace e profonda dalla musica di Handel. Questo nonostante fosse evidente da parte di tutti i cantanti un grande e accurato lavoro nello studio nei personaggi, con una recitazione espressiva, naturale e lontana dai vezzi di certe messe in scene barocche. Però, se il pubblico ridacchia nei momenti più tragici a causa di mossette o trovate kitsch, forse qualche domanda sarebbe il caso di farsela.

 

Venendo alla parte vocale, Julia Bullock è una Theodora dal timbro denso, brunito, complesso, a volte quasi irregolare. Dal punto di vista vocale, anche a causa di una emissione a tratti un po' indietro, ciò la porta ad essere a volte meno elastica e fluida di quanto si possa desiderare. Tuttavia, distinguendo le considerazioni tecniche dal risultato espressivo, sia il timbro che la forte presenza scenica rendono la sua una performance estremamente efficace. Certo, si può discutere se la voce e l’approcio drammatico siano in linea con il personaggio come originariamente concepito dagli autori dell’oratorio (in questa produzione il lato virginale di Theodora passa decisamente in secondo piano) ma è coerente con il taglio della produzione che enfatizza l'aspetto eroico. Così, Bullock regala una Angels ever bright and fair di grande intensità e risulta molto efficace anche in When sunk in anguish and despair. Anche i duetti con Didymus sono di grande suggestione per l’atmosfera realizzata dalla perfetta amalgama delle due voci. Un pò meno convincente è il secondo atto, in cui a volte la voce suona un pò opaca.

 

In questo senso, si nota la differenza con la tecnica di Joyce DiDonato che, nella parte di Irene, sfoggia un’emissione fluida, leggera, alta, limpida, che si distingue per elasticità e naturalezza. Forse certe cadenze sono meno perfette e funamboliche che in altre occasioni (si vedano le sue precedenti performance rossiniane), ma ciò la fa acquistare in espressività e le permette di dare spessore ad un personaggio che a volte viene considerato come mancante di complessità. In un repertorio in cui il fraseggio è tutto, DiDonato regala colori che spaziano attraverso tutta la gamma dal pianissimo al forte e sfumature commoventi. La sua versione dell’aria Lord to Thee each night and day aveva tutto quello che si potesse desiderare. Note ugualmente entusiastiche anche per Jakub Józef Orliński nella parte di Didymus.

Al suo debutto al Covent Garden, il controtenore polacco si distingueva per il timbro di prim’ordine, limpido, omogeneo, e per un controllo notevole dello strumento vocale che gli permetteva di cantare con un volume e delle messe di voce impressionanti. Dotato di una musicalità profonda e intelligente e di una notevole presenza scenica, Orliński propone un Didymus sensibile ma allo stesso tempo virile e appassionato.

 

Ed Lyon (Septimius) ha l’emissione tipica di molti tenori che si ascoltano nei teatri e cattedrali inglesi, cioè con le note di passaggio lasciate aperte (anziché raccolte) e la zona medio-alta risolta girando i suoni indietro in voix mixte, cosa che lo porta ad emettere degli acuti a volte rigidi. Tuttavia, egli gestisce egregiamente una parte decisamente impervia e i suoi recitativi spiccano per incisività. Dread the fruits of Christian folly è da lui cantata con grande perizia. Gyula Orendt come Valens offre una prestazione generalmente buona e di carattere, pur mostrando più di qualche limite nel registro grave. Adeguato Thando Mjandana nel ruolo di Marcus.

 

Ottima la direzione di Harry Bicket pur non sempre preciso in alcuni passaggi contrappuntistici con il coro. Comunque, i cantanti erano ben accompagnati e vi era in genere una buona sintonia fra buca e palco. L’orchestra della Royal Opera House, che suonava per buona parte su strumenti moderni, esprimeva un suono rotondo e limpido, che restituiva la sublime atmosfera e i toni chiari e puri richiesti da Handel soprattutto nelle arie patetiche. Il coro, generalmente solido e puntuale, brillava soprattutto nei due grandi cori alla fine del primo e del terzo atto (Go, gen’rous, pious Youth e Oh Love divine) restituendo un suono caldo e un’atmosfera suggestiva. Alla fine, successo per tutti. Particolarmente festeggiati Orliński e DiDonato.

 

La recensione si riferisce alla rappresentazione del 12-02-2022.

 

Kevin De Sabbata

(18-02-2022)

 

Foto: Julia Bullock ©Camilla Greenwell

 

 
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Foto: Julia Bullock ©Camilla Greenwell

 

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