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Otello di Verdi a Trieste (recita del 5/11) - recensione di Gianluca Macovez

2022-11-08 17:25

Gianluca Macovez

Musicologia generale, Curiosità, Recensioni, opera, recensione,

Otello di Verdi a Trieste (recita del 5/11) - recensione di Gianluca Macovez

La recensione di Otello (secondo cast) di Gianluca Macovez in scena al Verdi di Trieste. Buona lettura

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Trieste, Teatro Giuseppe Verdi, stagione d’opera e balletto 2022-23
“OTELLO”

Dramma lirico in quattro atti su libretto di Arrigo Boito da William Shakespeare


Otello   Mikheil Sheshaberidze

Iago Elia Fabbian
Desdemona Salome Jicia

Cassio Mario Bahg

Emilia Marina Ogii

Lodovico Giovanni Battista Parodi

Roderigo Enzo Peroni

Montano Fulvio Parenti

Un araldo Damiano Locatelli

Orchestra Coro e Tecnici della Fondazione
Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste

 

Direttore Daniel Oren

 

Maestro del coro Paolo Longo
Con la partecipazione de I Piccoli Cantori della Città di Trieste
diretti da Cristina Semeraro

 

Regia Giulio Ciabatti
Costumi Margherita Platè

Luci Fiammetta Baldisseri

Allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste

Trieste, 5 novembre 2022

 

 


 

Apriamo la recensione con una serie di considerazioni di respiro generale, che riguardano alcune scelte registico organizzative, formulate prima dell’apertura del sipario.

La prima si riferisce alla scelta di andare in scena con due intervalli, proponendo il primo atto, il secondo ed terzo e quarto uniti.

Sicuramente ci sono delle ragioni pratiche che hanno indotto a procedere in questo modo. Forse anche la memoria dell’ultima edizione, che aveva talmente dilatato gli intervalli da portare la durata dello spettacolo a circa quattro ore.

Certo è che in questo modo il pubblico ha due atti di circa mezz’ora l’uno ed una lunghissima conclusione di settanta minuti. Distrutti gli eleganti equilibri teatrali verdiani, ma anche cancellato quel viaggio narrativo che a tappe regolari portava l’azione dalla dimensione pubblica a quella privata, passava dal racconto pubblico del trionfo di un governatore al dramma intimo di un uomo che si crede tradito dalla moglie ed invece è pugnalato da quello che ritiene un amico.

La scelta di eliminare l’intervallo fra terzo e quarto atto vuol dire togliere l’attesa, quella pausa nella quale Otello medita, solo, in silenzio, significa rendere meno forte la scelta dello strangolamento di Desdemona, che sembra frutto dell’ira, invece nella storia deve apparire come una scelta ponderata, la difesa dell’immagine pubblica a sfavore della sfera affettiva.

Vuole anche dire togliere rilevanza alla grande pagina di Desdemona, con ‘La Canzone del Salce’ e l’intensa ‘Ave Maria’, cui Otello risponde con l’omicidio.

Se l’accorpamento degli atti nel Verdi giovanile è sostanzialmente indolore, a me sembra che nei lavori della maturità vada compiuto con grande attenzione.

Altra questione sulla quale dissento è la scelta di un Otello bianco. Quando Rossini scriveva ‘Otello ossia l’Africano di Venezia’, come recitava il titolo andato in scena al Verdi con le scene di Bertoja nel 1853 e Verdi sceglieva di far entrare il protagonista cantando : ‘Esultate! L’orgoglio mussulmano sepolto è in mare’, è evidente che entrambi i compositori parlavano di integrazione, ripudiavano gli stereotipi. Ancora una volta, come in ‘Aida’, i cattivi hanno la pelle bianca, le vittime sono di carnagione scura. Un manifesto antirazzista evidente, ancora più clamoroso in un tempo di velleità colonialiste.

Sbiancare il protagonista, opzione che il regista ha scritto di aver delegato alle agenzie degli interpreti, in nome del politicamente corretto è una scelta che non condivido, perché edulcora il senso della scelta politica di Verdi, nega il senso profondo della vicenda narrata e rende molto meno significativo il valore di Otello. Che alla fine è un eroe imbrogliato, invece che un eroe che aveva scelto di ribellarsi alla storia già scritta che lo voleva ‘nemico’ della Serenissima ed aveva avuto il coraggio di scegliere il bene comune.

Peraltro sui manifesto Otello ostenta la sua carnagione ambrata ed anche questa sembra una contraddizione beffarda.

Queste considerazioni le ho fatte prima di andare a vedere lo spettacolo, nella speranza che Giulio Ciabatti, uomo di teatro dalla lunga esperienza ed autore di spettacoli pregevolissimi, riuscisse a farmi cambiare idea.

Alla fine le mie perplessità rimangono tutte.

Va detto che siamo davanti ad un uomo di grande esperienza teatrale, che sa quello che il pubblico desidera e che ha saputo realizzare uno spettacolo elegante, anche grazie ai costumi firmati Margherita Platè e le luci di Fiammetta Baldisseri.

La scena è sostanzialmente un ambiente fisso, un po’ claustrofobico, con alcuni pilastri ed una piattaforma che si trasforma fino a diventare un gigantesco talamo al quarto atto, nel quale i cantanti si muovono secondo dinamiche che non sempre rispondono al testo cantato.

In questo modo si rinuncia ai passaggi narrativi che spostano l’azione dalla piazza all’esterno del castello, dove la comunità celebra Otello vincitore dei nemici; ad una stanza del palazzo, dove dominano le dinamiche politiche ; al salone dove Otello non è più il condottiero forte ma l’uomo fragile in mano alla gelosia fomentata da Jago; fino alla camera da letto, la dimensione intima, dove il protagonista è realmente se stesso, vinto dalla miseria umana ed incapace di sfuggire alla trappola dell’amico traditore.

Si perde il senso del viaggio interiore, che mette a nudo le fragilità dell’uomo vero, mettendo piuttosto in evidenza il senso della tragedia già scritta, l’ineluttabilità della sorte.

Anche questa è una scelta, peraltro premiata dall’apprezzamento del pubblico.

Dal punto di vista musicale la grande attesa era per il ritorno a Trieste di Daniel Oren, direttore amatissimo, che a partire dai primi anni Ottanta con il Verdi ha avuto un rapporto intenso e conflittuale, interrottosi bruscamente una quindicina d’anni fa.

Si è trattato di un rientro alla grandissima, con un’orchestra che ha saputo rispondere agli stimoli del Maestro, che ha consegnato una lettura struggente del capolavoro,

Nel corso dello spettacolo Oren si dimostra un conoscitore attento della complessa partitura, che riesce a dipanare in una lettura magnetica, senza eccessi o forzature, che riesce a prendere sempre di più l’attenzione del pubblico, che segue l’esecuzione in un silenzio carico di coinvolgimento, per esplodere in applauso liberatorio alla fine di ogni atto e soprattutto alla conclusione dello spettacolo.

 

In Otello il coro ha un ruolo determinante ed in questo caso gli artisti del Verdi, preparati dal M° Paolo Longo, hanno saputo offrire una prova generosa e commovente, di grande impatto, che rimanda ai fasti di un passato glorioso.

Ad una resa musicale inappuntabile ha corrisposto anche una notevole capacità interpretativa sulla scena, che ha permesso di realizzare una delle migliori prove di questi ultimi anni.

Pregevole , come sempre, la prova da I Piccoli Cantori della Città di Trieste diretti da Cristina Semeraro.

 

Passiamo quindi alle voci, che sono questione determinante in un titolo così complesso.

Otello era Mikheil Sheshaberidze, che ha mostrato un buona crescita vocale rispetto la scorsa stagione. Il ruolo richiederebbe una voce di maggior peso, ma certamente il tenore ha una voce interessante , che non ha mostrato cedimenti e che gli ha permesso di superare indenne la temibile entrata e di tratteggiare alcuni momenti suggestivi, in particolare i riusciti ‘Già nella notte densa’ e ‘Nium mi tema’.Una maggior frequentazione della parte gli consentirà di maturare qualche sfumatura in più, ma certamente la sua è stata una prova positiva.

Nella parte di Jago Elia Fabbian sembra perfettamente a proprio agio, soprattutto dal punto di vista vocale.

Una voce potente, con un colore interessante, acuti squillanti, fiati notevoli gli permettono di delineare la figura di un uomo forte, determinato, convincente. Forse un maggior lavoro sul personaggio avrebbe consentito di far uscire di più la doppiezza dell’infido consigliere e consentito maggiori sfumature, che certamente sono alla portata dell’interprete, ma sicuramente quello che abbiamo ascoltato era un personaggio compiuto, che ha retto la scena con grande autorevolezza per tutto lo spettacolo.

 

Desdemona è Salome Jicia. Il soprano giorgiano, dotata di una voce ampia, sicura negli acuti, elegante nei filati sostenuti da notevoli fiati, con un colore intenso nella parte bassa e suoni purissimi nel registro superiore, ha offerto una prova maiuscola, con una ‘Canzone del Salce’ commovente, seguita da una ‘Ave Maria’ di metafisica intensità. Le due arie sono state premiata dall’unico applauso a scena aperta, sollecitato dallo stesso Oren, che aveva accompagnato la cantante con una gestualità struggente, ed una orchestrazione raffinata.

Nella parte di Cassio Mario Baha, dalla voce luminosa; una Emilia piuttosto riservata è stata Marina Ogii.

Bene gli altri comprimari: Giovanni Battista Parodi, un Lodovico riuscito ed elegante; il funzionale Montano di Fulvio Parenti; il credibile Roderigo di Enzo Peroni; il sempre affidabile Damiano Locatelli come Araldo.

Alla fine applausi meritati per tutti, in particolare per il terzetto dei protagonisti ed ovazioni per il Maestro Oren.

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M° Daniel Oren

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