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In questa nuova rubrica vogliamo parlare dei curiosi modi di dire che da secoli popolano il teatro. Â A volte gli artisti li ripetono senza pensare alla loro origine, e quasi nessuno conosce il contesto o la ragione per cui sono nati. Alcuni poi li citano e sanno delle informazioni sbagliate o distorte. Cercheremo di mettere un po' di ordine (anche se la cosa non sarĂ per niente semplice!)Â
Incominciamo da una delle espressioni piĂš comuni che si usano in teatro quando la platea rimane vuota o ci si trova davanti ad un evidente insuccesso: âFare fiascoâ.
Il creatore o comunque l'ispiratore di questa frase si pensa sia l'attore Domenico Giuseppe Biancolelli, detto Dominique da quando si trasferĂŹ a Parigi. Era l'epoca in cui nelle commedie erano ancora molto in voga le commedie in maschera.
Biancolelli era uno dei piĂš famosi interprete di Arlecchino, faceva divertire il pubblico con dei monologhi improvvisati. Egli veniva ogni sera, fra un atto e l'altro, o prima dello spettacolo, come lever de rideau, con un oggetto in mano, che cambiava sempre, e questo oggetto gli forniva l'occasione a delle digressioni, o, come si dice, a delle variazioni sul tema: una sera era un cappello, un'altra sera un fantoccio, un'altra una pantofola, e chiacchierando sconclusionatamente e spropositatamente, per un quarto d'ora, faceva sbellicare dalle risate.
Una sera usci con un fiasco vuoto e si riprometteva le piÚ sincere risate. Parlò, parlò, fece smorfie, rise, tentò tutti i modi per scuotere il pubblico, ma il pubblico non si mosse, ed il povero Arlecchino rientrò fra le quinte mogio mogio.
Da quella sera non dimenticò piĂš la storia del fiasco, ed il pubblico neppure. Egli cominciò a dire dietro alle quinte in ogni spettacolo: "Non farò come col fiasco", ed il pubblico pure di lui âNon tirerĂ mica fuori il fiasco!â. E da quella sera per le commedie e per gli artisti che non piacevano, il giudizio aveva trovato la sua espressione.
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Secondo una versione piĂš storica pare invece ci si riferisca all'aborto della forma tipica del fiasco da parte dei maestri vetrai, e il solo "abbozzo di forma" significa in se un insuccesso clamoroso. Da lĂŹ potrebbe essere penetrata come espressione e usata nel teatro. Dato che il vetro veniva soffiato (non esistevano le macchine, ricordiamocelo) produrre un fiasco informe era anche un danno economico oltre che una perdita di tempo.
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Altra versione, meno conosciuta e forse un po' fantasiosa, è legata al fatto che in alcune zone d'Italia si tendeva a porre sul collo per derisione di truffatori o bari un fiasco vuoto, per segnalare a tutta la comunità il malandrino. Su questa versione ancora c'è da indagare.
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Come anche per l'ultima versione che vi proponiamo c'è da verificare. Pare che chi perdeva al gioco nelle taverne, nelle bische, quando perdeva doveva pagare il conto e quindi, di solito, il vino ovvero il fiasco (o piÚ fiaschi!). Fare fiasco in questo caso varrebbe come a dire perdere al gioco, e quindi insuccesso. Dato che molti teatranti frequentavano le taverne è probabile il detto si sia trasferito da quegli ambienti direttamente in teatro.
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