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Succede di poter vedere qualche grande interprete a fine carriera.
Personalmente sono dell’idea, soprattutto se non lo si è già applaudito, di non perdere l’occasione.
Certo si può andare incontro a cocenti delusioni, ma anche avere magnifiche sorprese, perché i leoni del palcoscenico hanno frecce inimmaginabili al loro arco.
Penso al sempre giovane Paolo Poli, che riusciva ad abbattere tempo e convenzioni con un ghigno sarcastico inimitabile.
Passavano gli anni per gli altri, non per lui.
Aveva vissuto già troppe cose per lasciare che il tempo lo ferisse. Troppo arguto per inciampare nella trappola dell’ovvietà, scherzava con l’autocitazione, collocandosi giustamente fra i grandi e contemporaneamente prendendosi in giro con intelligenza e cinismo, prima che qualcuno osasse farlo.
Ma anche ad Elena Zilio, che ha attraversato mezzo secolo di teatro dell’opera, sempre credibile, vocalmente e scenicamente, grazie all’intelligenza di saper scegliere il giusto repertorio per una voce che più che invecchiar, vive la sua vita.
Era nel cast, nel 1970, della prima opera che vidi: ‘Carmen’ in Arena.
Vennero poi Wolf Ferrari, Mozart, Bellini, Strauss, sempre appropriata, magari non immediatamente comunicativa, ma con un modo di tenere il palcoscenico che ad ogni sua apparizione, col passare degli anni, si faceva più prezioso, più attento. Insomma un evento, che il tempo arricchiva.
Capita però anche si assistere a strani episodi, che rimandano alle balene spiaggiate: cetacei imponenti, che però il peso dell’esistenza spinge verso la spiaggia.
Una volta finite in terraferma, tutti corrono a guardarle, ricordano come dovevano essere belle qualche anno prima fra i flutti dell’Oceano, si dispiacciano per loro, le guardano con affetto, ma sanno che già non ci sono più.
Questa strana malinconia mi ha raggiunto alcune volte a teatro, quando ho visto degli spettacoli dai quali uscivi provato perché avevi coscienza di aver assistito ad un tramonto.
Almeno dell’idea che avevi dell’artista che stavi applaudendo.
Una sera del 1980 a San Daniele del Friuli, tutto entusiasta, andai a vedere Tino Buazzelli in quello che purtroppo sarebbe stato il suo ultimo spettacolo: ‘Candidato al Parlamento’.
Avevo sempre ammirato quell’attore così particolare, cinico, asciutto nella recitazione, imponente nella figura.
C’era tutto quell che mi aspettavo. Anche tanto mestiere.
Ma mi fece una grande tristezza. Eravamo li non per lo spettacolo, che nonostante il successo ottenuto nella tournée, a me sembrò veramente poca cosa.
Non per la vicenda, un Flaubert forse interessante ma che mi parve stropicciato.
Eravamo a rendere omaggio ad un attore, che nonostante la giovane età, celata dalla sagoma strabordante, era sul palcoscenico, stanco, ad interpretare se stesso che recitava .
Appunto una balena, spiaggiata dalla sua stessa fama.
Applaudivo e contemporaneamente mi domandavo come quella creatura entusiasmante che avevo visto tante volte in televisione, che aveva saputo affascinarmi nonostante i testi improbi e le vicende complesse, potesse aver scelto uno spettacolo di quel tipo, con fondali dipinti che profumavano di già visto, di budget ridotto, di spettacolo di giro.
Uscii triste, come quando, appunto, vorresti regalare il mare aperto a chi invece non può più nuotare.
All’opera qualcosa di simile accadde quando vidi Fedora Barbieri.
Era il 1980, l’opera ‘I Quattro Rusteghi’, con un cast che annoverava anche Edith Martelli e Cecilia Fusco, dirette da Oliviero de Fabritiis.
La Barbieri si sentiva la regina della serata.
Era a Trieste, la sua città, in un’opera che le permetteva di giocare con il personaggio, senza enormi difficoltà nella partitura.
Recitò benissimo.
Divertente, ironica, furba come solo una donna con tanti anni di palcoscenico sa essere, pronta a cogliere ogni occasione per mettere in luce il suo talento recitativo.
S ulla voce, meglio non dire nulla.
Se n’era andata tristemente, senza lasciare neppure il profumo dei passati armonici : adesso il mezzosoprano che aveva tenuto a bada la Callas si dimenava sul palcoscenico distribuendo sorrisi ed emettendo una sorta di sordo brontolio.
Forse più che una balena sembrava uno di quei grossi pesci che nella rete saltano per cercare di ritornare in acqua.
Loro hanno di bisogno del liquido che li mantiene in vita, lei cercava un applauso, un acuto, qualcosa che le rimettesse in testa la corona del palcoscenico.
Non uscii deluso, perché comunque avevo visto una grande professionista, che aveva trasmesso passione, simpatia, complicità con i compagni di palcoscenico, grande mestiere.
Non avevo ascoltato la cantante che tanto mi aveva incuriosito , ma pazienza.
Non si può avere tutto.
di G.M.

Tino Buazzelli, il coraggio della ostinazione
Tino Buazzelli è stato un attore italiano molto popolare ed amato finché era in vita e rapidamente rimosso dalla memoria collettiva, nonostante i tanti successi, dopo la sua morte.
Verrebbe da dire per il suo coraggio di essere ostinatamente se stesso, per aver evitato omologazioni e scorciatoie, per aver sperimentato mettendoci la faccia, per essere stato coerente ad oltranza, in un mondo che lo era sempre meno, nel quale si muoveva, con il trascorrere degli anni, sempre con maggior difficoltà, disorientato dal deserto di valori e da un impegno sociale del sistema decisamente evanescente.
Quando i metri di giudizio passarono dalla qualità della proposta all’audience, dal valore etico agli incassi, chi come lui era stato un alfiere del teatro impegnato, del cinema di denuncia, si ritrovava all’angolo.
Nonostante non fosse un artista elitario, avesse partecipato a trasmissioni televisive di grande impatto, fosse conosciuto ed apprezzato.
Forse perché quella popolarità non l’aveva mai sfacciatamente cavalcata, ma piuttosto utilizzata per proporre testi importanti, anche impopolari, difficili, per spingere lo spettatore televisivo qualunque ad andare a teatro, a vedere spettacoli di forte impatto sociale.
Un’azione meritoria, importante, che però invece che premiarlo lo rese sempre più solo, quasi un Don Chisciotte che combatte i mulini dell’ovvietà.
Nato nel 1922, frequentata l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica diretta da Sivio D’Amico, iniziò la carriera d’attore nel 1947, nella compagnia Maltagliati Gassmann. Assieme a lui recitava Nino Manfredi.
Da subito fu un successo dietro l’altro, per la capacità di distinguersi per personalità e capacità sceniche e le recensioni delle sue interpretazioni in Don Giovanni di Moliere, Erano tutti miei figli di Arthur Miller, Casa Monastier di Dennis Aniell e L'aquila a due teste di Jean Cocteau, erano così lusinghiero da fargli intraprendere il passo di capocomico di una sua compagnia.
Negli anni Cinquanta incontra Strehler che chiamò per diversi spettacoli, come Elisabetta d’Inghilterra di Bruckner, Il Revisore di Gogol, Sei Personaggi in cerca di autore di Pirandello, fina alla consacrazione, nella stagione 1962-63, con la Vita di Galileo di Brecht.
Esordì al cinema nel 1948 interpretando una piccola parte nel film Il cavaliere misterioso, diretto da Riccardo Freda. In seguito apparve in più di 20 film in svariati ruoli, spesso da comprimario e talvolta anche come "spalla" di comici affermati quali Totò e Renato Rascel.
Dotato di una voce calda ed armoniosa fu interprete brechtiano e fu protagonista nella Vita di Galileo di Giorgio Strehler nella stagione 1962/63 al Piccolo Teatro di Milano. L'incontro con Strehler risale al 1952, quando il regista lo chiamò per mettere in scena Elisabetta d'Inghilterra di Ferdinand Bruckner, Il revisore di Nikolai Gogol e Sei personaggi in cerca d'autore di Pirandello.
Dotato di una voce armoniosa e calda e di un fisico pesante e tozzo, aveva una solida tecnica ed una straordinaria capacità di tenere il palcoscenico in modo personale e carismatico, tanto da mietere successi sia in Italia che all’estero.
Accanto alla attività teatrale, improntata a testi impegnati ed intensi, raccolse consensi in televisione, sia come attore che come conduttore.
Presentò due edizioni di Canzonissima, e recitò in sceneggiati epocali, come Il Malato Immaginario, Charlow e le figlie di Trugenev, il Circolo Pickwick, Tartarino sulle Alpi di Daudet, fino alla più celebre delle sue interpretazioni: Nero Wolf, accanto a Paolo Ferrari.
Infaticabile, oltre a moltissimi lavori in teatro ed a tanti film e sceneggiati, incise dei dischi, per esempio con i canti dell’ Inferno di Dante Alighieri, registrò una grande quantità di drammi radiofonici, ma anche molti spot pubblicitari, dimostrandosi sempre aperto alle novità nell’ambito dello spettacolo e lavorando, nell’ultimo periodo, anche per le prime piccole emittenti televisive private.
Un uomo apparentemente forte, egocentrico, sicuramente molto più fragile di quanto una corazza macilenta facesse capire.
di G.M.






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