Â
Â
Â
Â
.
Â
Â
Â
TOSCA a Firenze, 18 gennaio 2026
Ho scritto molte volte che Tosca sia la mia opera e che su questo topic si mischino barlumi infantili, ricordi familiari, ombre care e altro in un coacervo di affetti e memorie. Riguardo le Tosche fiorentine, cinquantacinque anni di vita, il pensiero si sofferma sulla prima, estate 1972. Una queta serata di luglio, una statuaria Grace Bumbry, un elegante Veriano Luchetti, un torrenziale Aldo Protti. E nelle luci spente di fine spettacolo, dall'uscita di via Curtatone, il maestro Antonino Votto avviarsi sereno verso l'albergo tenendo sottobraccio la moglie. Immagine di una semplicitĂ antica.
Â
Ora questa nuova Tosca del maximus fiorentino, per l'appunto, punti di contatto con un antico modo di fare ne ha molti. Innanzitutto la semplicitĂ delle linee di lettura, agevoli persino nella individuazione della simbologia dello spettacolo. Per usare una grottesca allucuzione teatrale Tosca è la classica opera dove tutti muoiono tranne il suggeritore e dunque in questo caso lo spazio scenico è caratterizzato da grandi marmi e da un certo schiacciamento come all'interno di un'edicola funebre e il nero domina nell'abbigliamento degli interlocutori. Che ci si trovi a Roma lo capiamo da una scritta a caratteri cubitali, ma marmo su marmo, grigio su grigio, sul quadro avant-scène, che potrebbe anche passare per occhio. Altro punto di contatto con la tradizione esecutiva legata a Tosca, la dovizia delle voci, dai protagonisti alle parti di fianco e al coro. Infine nel suono orchestrale, lussuoso, ma non didascalico, accurato, ma non calligrafico.Â
Â
Per scendere nei particolari Chiara Isotton è una Tosca di voce opulenta, sicura sia nell'incedere che nella emissione, forte fraseggiatrice che potrebbe anche accondiscendere verso piÚ languidi indugi. Vincenzo Costanzo propone il suo Cavaradossi ben cantato, generoso, appassionato, con un retrogusto un po' alla Campora o alla Luchetti. E qui ho detto davvero molto riguardo il ricongiungimento ad una tradizione virtuosa di antica scuola. Aleksej Markov è uno Scarpia tetragono, piÚ in linea con il proto espressionismo di Tosca che con il tardo settecento dove l'azione dell'opera è ambientata. E tutto vòlto al Novecento è il resto del cast, dall'asciutto Sagrestano di Matteo Torcaso allo stranito Angelotti di Mattia Denti, dai trucidi Spoletta e Sciarrone di Oronzo D'Urso e Hulgang Liu al ben definito Carceriere di Carlo Cigni. E una nota di particolare plauso all'intonatissimo Pastore dell'infante Spartaco Scaffei. Magnifico il coro adulto di Lorenzo Fratini e precisissime le voci bianche di Sara Matteucci. Detto questo del palcoscenico, la direzione orchestrale di Michele Gamba è una delle migliori da me udite in questi cinquantacinque anni di frequentazione con lo spartito di Tosca, incisiva e profonda ad ogni battuta, sonora e mai prevaricante. Si capisce tutto, che cosa sia stata Tosca nelle intenzioni di Puccini, guardare avanti senza addentrarsi nel futuro, e che cosa sia Tosca oggi: teatro, teatro e teatro. Forse quello che è sfuggito alla inerte regia di Massimo Popolizio ripresa da Paola Rota. Ma Tosca è un'opera che presa da destra, presa da sinistra, dall'alto o dal basso, torna sempre.
Fulvio Venturi







.jpeg)














